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Storie

 

Bibì.

Questa vicenda ha origine in una trincea del Carso, durante la prima guerra mondiale.Allora il tenente Ascanio Salvini, padre di Giorgetta, mia madre, come tanti altri dell'una e dell'altra parte, vedeva la morte passeggiargli attorno, giorno dopo giorno, assalto dopo assalto, in quell'assurdo modo di combattere. Tra una battaglia e l'altra si parlava con un nemico che stava a cinquanta o cento metri distante, rintanato in trincee altrettanto tristi e cariche di dolore e di morte. A volte addirittura ci si scambiava una pagnotta o qualche altro genere di prima necessità, lanciandolo da una linea all'altra prima di tentare l'ennesima sortita, spesso all'arma bianca, con l'inevitabile carneficina.

Tra gli Italiani, nella stessa compagnia di mio nonno c'era un giovane tenente friulano, tale Bombacci. Nel corso dei mesi inevitabilmente diventarono amici. Bombacci si era portato con sé il proprio cane, di nome Bibì, piccolo volpino di Pomerania dall'imponente pelo fulvo, quasi fosse un leoncino, con la coda piumosa perennemente impennata a dimostrare il proprio coraggio e la sua temerarietà di cane di guerra.Temerario lo era davvero, visto che il suo passatempo preferito era fare escursioni esplorative nella terra di nessuno, annusando qua e là e non disdegnando di marcare, alzando la zampina, un territorio che considerava suo, a dispetto della tragedia che si stava consumando un giorno dopo l'altro.Non manifestava alcun segno di paura neanche prima degli assalti, quando le granate dei mortai piovevano sulle trincee tra mille fragori e la mitragliatrice spazzava il terreno tutt'attorno. Bibì allora aveva circa sette anni e diventò la mascotte di tutti, persino degli Austriaci, distanti poche decine di metri; infatti, nessuno mai provò a sparare un colpo a quel bersaglio fin troppo facile per ognuno dei tanti cecchini appostati. Non gli si faceva mancare una carezza o un bocconcino scelto dalla gavetta e lui, con la sua spavalderia e col pelo fitto e morbido, ricambiava infondendo nell'animo dei soldati un barlume di tenerezza e di speranza in un ritorno alla propria casa e ad una vita normale. Il tenente Salvini in particolare gli si era affezionato immensamente, anche perché quando Bombacci era in azione, lui restava in trincea con i suoi uomini e viceversa, perciò Bibì spesso gli si accoccolava tra le braccia nell'attesa che il suo padrone rientrasse dalle sortite.

Purtroppo venne il giorno che il tenente Bombacci non tornò. Una raffica di mitragliatrice lo falciò pochi metri prima che riuscisse a saltare in trincea, al riparo del fuoco nemico. Quella notte, come sempre, Bibì si allontanò per le sue esplorazioni sul campo di battaglia, ma la mattina ancora non era tornato.Infine lo videro, là nella terra di nessuno, accovacciato vicino al corpo del suo padrone come a vegliarlo.Per due giorni si continuò a sparare ed i cecchini erano sempre in agguato, pronti a dispensare morte a chi si fosse incautamente affacciato fuori dei ripari. Bibì restava immobile vicino al corpo del povero Bombacci; non si mosse mai, sotto gli occhi dei due schieramenti che continuavano a scambiarsi colpi su colpi. All'alba del terzo giorno, quando finalmente la battaglia cominciò ad esaurirsi, il tenente Salvini si tolse il cinturone con la pistola e la giberna e disarmato, con le braccia alzate, uscì dalla trincea e gridando che andava a prendere il cane si avviò da solo fuori dalla trincea. Lentamente si avvicinò a Bibì che fino allora non aveva risposto a nessun richiamo. Cominciarono a spuntare da una parte e dall'altra teste di soldati che osservavano trepidanti e stupiti quanto stava accadendo.Nessun cecchino sparò ed i barellieri di ambedue le parti, prima timorosi e poi sempre più sicuri, poterono recuperare i corpi dei morti e quei pochi feriti che ancora restavano sul campo di battaglia. Salvini infine giunse vicino al piccolo cane che lo guardò senza scodinzolare con occhi stanchi e disperati di chi si vuole lasciare morire. L'ufficiale si accovacciò vicino lui ed accarezzandolo dolcemente sul capo gli disse:

”Vieni Bibì, vieni da papà”.

Un piccolo movimento stanco della coda, un ultimo sguardo verso quello che era stato il suo padrone ed infine il cagnolino si alzò e si lasciò prendere in braccio e riportare al sicuro.

Non si lasciarono più. Salvini, poche settimane dopo, fu ferito ad una gamba e Bibì lo seguì nell'ospedale da campo. Finita la guerra, tornarono a casa insieme, a Milano.

Nel 1926, una luminosa mattina di metà agosto, la signora Maria, moglie di Ascanio Salvini, in villeggiatura a Santa Margherita ligure con i loro tre bambini, ricevette un telegramma urgente. “E' morto Bibì! Firmato Papà” Solo queste cinque parole spiccavano sulla strisciolina bianca incollata al foglio di carta verde aperto tra le mani. Non stette a pensare neanche un attimo a quello che c'era da fare: telefonare dal posto pubblico richiedeva prenotazione e tempo ed allora chiamò a raccolta i suoi tre figli: Isabella soprannominata da tutti Giorgetta o Giogiò, la maggiore, che allora non aveva ancora otto anni, Giorgio di sei ed infine Gloria, poco più piccola; li fece sedere sulla panchetta del giardino dell'albergo dove alloggiavano e guardandoli con un misto di tristezza e di protezione lesse loro le poche parole che papà Ascanio aveva mandato con quel telegramma urgente.

I bambini, seppure così piccoli, compresero immediatamente la portata dell'avvenimento e in silenzio si prepararono al rientro immediato, col primo treno in partenza per Milano, come la madre aveva deciso.Nessuno dei tre proferì parola: l'ondata di ricordi evocata dal piccolo cane vissuto con loro fin da quando erano nati, giocando ed aiutandoli a crescere nel rispetto e nella comprensione degli animali, li sommerse e li avvolse in una nuvola di pensieri e di emozioni che nel loro animo di bimbi non lasciava spazio alle parole.

Il piccolo volpino, uscito indenne dalle trincee del Carso ed adottato dal tenente Salvini, ormai aveva quasi 14 anni e, grazie alla particolare intelligenza ed alla sua storia, aveva fatto parte della famiglia fin dal momento in cui si fece prendere in braccio anni prima, in quel maledetto campo di battaglia.Il suo papà adottivo se lo portò a casa a Milano e fu considerato come il primo dei suoi figli.Poi arrivò Giorgetta e nel giro di poco la famiglia si allargò con Giorgio e Gloria, ma Bibì mantenne sempre il proprio ruolo di “figlio” maggiore, aiutando a crescere i suoi fratelli umani mantenendo nello stesso tempo con il suo papà adottivo, l'incredibile legame, nato sotto le bombe.

Morì in quel caldo Agosto abbracciato a papà Ascanio, esattamente come dalle sue braccia si lasciò salvare dalla morte che avrebbe voluto trovare sul campo di battaglia, là tra le opposte trincee. Certo, da qualche tempo, a causa di quel vecchio cuoricino che inevitabilmente con gli anni aveva smesso di funzionare a dovere, non riusciva più a festeggiare i rientri a casa di ognuno della famiglia con i salti che lo facevano sembrare quasi un cane con le molle al posto delle zampe; neanche più riusciva a balzare in braccio al suo papà Ascanio, ma Bibì,dallo sgabello preferito dove era stato sistemato un cuscino apposta per lui, come sempre, dispensava sguardi di amore accompagnati da grandi sventolii della coda, morbida e piumosa come un tempo.Quella notte però si lamentava e tossiva. Quando papà Ascanio accorse, temendo il peggio, Bibì lo guardò negli occhi, chiedendo di essere preso in braccio ed accarezzato come in mille altre occasioni era stato fatto. Fu l'ultimo abbraccio e con la speciale dignità che solo i cani, a volte, riescono ad avere accettò di andarsene per sempre, accarezzato da chi gli aveva ridato un tempo la voglia di vivere.

Miaomiao (così, con tenerezza Ascanio chiamava sua moglie) ed i loro figli arrivarono alla stazione centrale di Milano la sera stessa, con l'ultimo treno.Poche parole e tanti abbracci furono sufficienti ad esprimere l'importanza della grande perdita subita.In particolare i bambini furono colpiti dalla serietà che mascherava l'immenso dolore che il loro papà provava e si comportarono di conseguenza: non fecero domande inutili ed appena arrivati a casa si lavarono ed andarono a letto in silenzio.

La mattina seguente era un sabato e come sovente accadeva in quel giorno della settimana, papà Salvini chiamò Giorgetta e, con un'espressione molto seria e compita, le chiese di accompagnarlo a fare una passeggiata verso i navigli.La bimba inizialmente fu felice: camminare lungo i navigli col papà era una delle cose che più amava e la divertiva. La Milano di allora era molto diversa da adesso. A quel tempo era quasi come stare tra le calli di Venezia.La città era ricca di canali aperti dove non era inusuale vedere strani personaggi pagaiare su canoe, barcaioli che trasbordavano merci da una sponda all'altra e persone che pescavano; addirittura in estate capitava di imbattersi in esibizioni di tuffi od improvvisate garette di nuoto tra ragazzini. Immaginate quanto affascinante fosse per una bimbetta di otto anni andarsene a spasso con il suo papà in questo fermento di vita. Diversamente da altre volte però, in quella particolare occasione, papà Ascanio era serio e taciturno e soprattutto, prima di uscire da casa, prese con sé un sacchetto di tela bianca legato con un nastro, che subito Giorgetta intuì cosa potesse contenere.

Camminarono al lungo, mentre Ascanio stringeva con una mano il sacchetto e con l'altra la maggiore dei suoi figli, finché non giunsero dalle parti di porta Ticinese, dove allora la darsena era veramente un piccolo porto in una bolgia di voci ed attività.Ad un tratto entrarono in un grande portone dove, su una targa di ottone, con caratteri seri e discreti la piccola lesse: ”Dott. Ferretti, laboratorio di tassidermia, primo piano”.Non capì il senso di quella parola strana, ma l'aspetto dell'ingresso, con una grande scala che portava ai piani superiori e la lucida targa in ottone, la misero subito in uno stato di soggezione e trepida attesa.Suonarono il campanello alla grande porta di legno del primo piano ed il trillo sembrò echeggiare lontano, quasi che dietro a quella porta ci fossero tantissime stanze, come nei castelli dei racconti delle fiabe. Passò un lungo tempo e finalmente un personaggio enorme con grandi baffi, alto e con degli occhi penetranti, seri ed azzurri come il cielo, aprì e li fece entrare. L'uomo indossava un ampio camice bianco che contribuiva a renderlo ancora più imponente. Giorgetta provò per quel personaggio più timore reverenziale che paura; quell'uomo così serio emanava una sorta di aura che la bimba percepì immediatamente e quindi non protestò ed obbedì subito, quando percorso un tratto di corridoio, suo padre la fece sedere su una panchetta posta in un grande locale in penombra che doveva essere l'atrio di quella strana casa.

“Giogiò, aspettami qui buona buona, che io devo parlare di Bibì con il dottore”.Le disse il padre, accarezzandola dolcemente sui capelli, e si avviò insieme a quell'omone verso il fondo del corridoio tenendo ben stretto tra le mani il sacchettino di tela bianca; lui così minuto e l'altro all'opposto così grande ed imponente nel suo bianco camice.

Solo in quel momento, sobbalzando sulla panchetta, Giorgetta si accorse che in fondo alla grande stanza, nell'angolo opposto, un'enorme tigre dagli occhi gialli la stava osservando, e vicino a lei se ne stava appollaiato, su un ramo che sembrava crescere dalla parete, un grande rapace con le ali chiuse e la testa girata, mostrando il suo occhio tondo.Con enorme stupore, esplorando con lo sguardo il locale appena illuminato, vide che tutta la parete di fronte a lei era costellata di mensole con i più disparati animali. Minuscoli uccellini coloratissimi, scoiattoli colti nell'atto di sgranocchiare una noce, finanche un'enorme scimmia pelosa, la stavano osservando con il loro sguardo vitreo di animali imbalsamati.In quell'incredibile arca di Noè notò anche numerosi cani e gatti, alcuni di razza altri no; alcuni immobili in pose in cui sembravano sonnecchiare, altri diritti e attenti con le orecchie tese e lo sguardo puntato in avanti come se fiutassero l'aria, pronti a riprendere una corsa o una caccia finita invece per sempre.

La bambina capì quindi che il loro Bibì, in qualche modo strano ed a lei incomprensibile, sarebbe stato resuscitato da quel gigante vestito di bianco.

Dopo un tempo che le sembrò lunghissimo, in cui il timore cedette alla curiosità, si alzò ed andò ad osservare da vicino quell'incredibile raccolta di animali; osò perfino accarezzarne e toccarne alcuni. Suo padre infine ricomparve dal fondo del lungo corridoio; dopo avere scambiato poche altre parole con il “dottore”, gli strinse la mano e con uno sguardo serio, ma più sereno, le venne incontro.Il sacchettino bianco di tela non lo aveva più.

Il papà le prese la mano ed usciti dal portone si ritrovarono nuovamente per le strade di Milano, ma, questa volta, passeggiarono veramente. Padre e figlia ammirarono insieme le file di bancarelle di frutta e verdura dei commercianti che come ogni sabato arrivavano dalle campagne circostanti decantando e proponendo a gran voce le loro merci ed i negozi dei tanti artigiani che allora costellavano i percorsi dei navigli.Ad un certo punto si fermarono in un bar gelateria .Mentre il padre consumava un caffè a Giorgetta fu concesso un gelato, fatto incredibile ed inusuale riservato alle occasioni straordinarie, e speciale fu quanto, avviandosi verso casa, papà le disse:

“Vedi Giogiò, tu sei la più grande di tutti i miei figli e quindi adesso avrai l'incarico di spiegare ai tuoi fratelli che anche se Bibì in realtà purtroppo è morto, presto quel signore grande e grosso col camice bianco, da cui siamo stati poco fa, un pochino riuscirà a fare in modo che Bibì continui a vivere tra noi.Certo non potrà abbaiare o venire alla porta quando torneremo dalle passeggiate, non potrà saltarvi in braccio o giocare a nascondino come aveva imparato a fare con voi bambini, ma sarà in parte tra noi e continuerà a vegliare la nostra casa e a ricordarci quanto amore ed affetto ci ha regalato in questi anni.”

Giorgetta non comprese completamente il senso del discorso, ma se pur così piccola il concetto della morte lo aveva già pienamente elaborato: come poteva essere quindi che Bibì potesse tornare a vivere con loro?

Passò circa un mese e in famiglia non si parlò più del loro cagnolino scomparso.Poi in una luminosa giornata di fine settembre, quando da Milano si vedono, quasi a poterle toccare, tutte le montagne che la circondano, dal massiccio del Monte Rosa fino alla Grigna e al Resegone, Ascanio di nuovo chiese a Giorgetta di accompagnarlo in una passeggiata lungo i navigli. A differenza dell'ultima volta, quel giorno suo padre era sereno e chiacchierone e presto cominciò a raccontarle di tante cose fino a portare il discorso sulle vicende della grande guerra, conclusa da pochi anni ed inevitabilmente sulla storia sua, di Bibì e del tenente Bombacci, vissuta in quei terribili giorni.Lei comprese che non era solo per chiacchierare che papà narrava tutte quelle vicende di cui, fino allora, aveva solo sentito accennare vagamente, ma voleva tramandarle una storia, come dai tempi più antichi gli uomini fanno, affinché non se ne perda la memoria.Era un passaggio di consegne: Ascanio voleva che Giorgetta rimanesse la depositaria della storia di Bibì e di quanto quel piccolo essere avesse significato e contato nell'esistenza e negli affetti della loro famiglia, affinché lei stessa, un giorno, potesse a sua volta tramandarla ai propri figli. Il padre non voleva che il cagnolino salvato dalle trincee del Carso fosse dimenticato e, senza bisogno di altre spiegazioni, Giorgetta comprese anche il perché della visita al laboratorio del dott. Ferretti alcune settimane prima.

Infatti, fu proprio là che tornarono.Risalirono le grandi scale e una volta suonato alla porta, lo stesso omone vestito di bianco aprì e li fece entrare.In quell'occasione la bambina non dovette aspettare molto sulla panchetta mentre, con uno stato d'animo diverso, osservava gli animali che la circondavano: solo che ora, nella loro innaturale staticità, sembravano comunicare con lei trasmettendole una piccolo anelito della vita che avevano da tempo perduto.Era come se riuscissero, da un luogo molto lontano, a raccontare ancora qualcosa di sé, come quando si osserva con attenzione e a lungo la fotografia di persone a noi vicine, che sono scomparse, e la loro immagine, lo sguardo in particolare, per qualche strana magia, ci trasmette una parte degli affetti perduti e la loro presenza sembra quasi palpabile intorno a noi.Un soffio di vita che ritorna.

La porta in fondo al corridoio si aprì: in una mano papà Ascanio reggeva un pacco rettangolare accuratamente avvolto in carta marrone e legato con grosso spago; parlò con cordialità con il dottore e dopo un'ultima stretta di saluto, prese per mano la figlia e si avviarono verso casa.

Da quel giorno, sullo sgabello in un angolo dello studio di Ascanio, dove per anni aveva comodamente dormito, Bibì riprese il suo posto, magistralmente imbalsamato e fermato dalla sapiente arte del dott. Ferretti, nell'atto di sollevare la testolina dal sonno, in una sorta di saluto gioioso a chi entrava nella stanza.Oggi potrebbe sembrare un po' macabro e di cattivo gusto, ma quasi un secolo fa non esistevano i filmati o le foto a colori e si cominciava appena a parlare di arte fotografica, se non eseguita da coloro che ne facevano una professione.Fu così che Bibì continuò a vivere con la famiglia Salvini, spazzolato ed accarezzato da tutti , come non gli mancò mai, per anni, una parola di saluto o uno sguardo di tenerezza ogni qualvolta qualcuno passasse accanto a lui.Passarono gli anni e ci furono tre traslochi, ma Bibì continuò a vegliare la casa fino al tredici agosto del 1943, quando con mezza Milano sfollata nelle campagne lombarde per i continui bombardamenti, un ordigno incendiario, attraversò il tetto della palazzina dove si trovava l'appartamento dei Salvini, anche loro rifugiati fuori città. Tutto bruciò lasciando dell'intera costruzione solo i muri perimetrali. Bibì morì così una seconda volta, in guerra, come il suo destino sembrava avere deciso venticinque anni prima sul fronte del Carso.Se ne è andato facendo la guardia alla casa di chi aveva capito e parlato con la sua anima canina, riportandogli la voglia di vivere, tanti anni prima, quando ormai aveva deciso di lasciarsi morire su un campo di battaglia.

GianlucaZanaboni.

 


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