Storie
Agostino
Perché narrarvi di Agostino?
Beh, innanzi tutto è stato un momento speciale di una strana sera d'estate e poi perché si comportò da attore protagonista di una rappresentazione che esiste e si recita da milioni anni, ma che per la prima volta mi ha coinvolto completamente come spalla, sul palco in cui è andata in scena.Sto per narrarvi di uno di quei momenti in cui l'anima umana si fonde con quella animale in una comprensione reciproca che travalica il linguaggio proprio di ognuna delle parti e consente un dialogo che scorre sul filo del pensiero e delle emozioni. Non sto per trascinarvi in una storia di strani e magici animali dei boschi o in chissà quali avventure paranormali; vi racconto di un semplice e banale gatto.Il suo nome è Agostino.Proprio banale Agostino non lo è stato e neanche il nostro incontro si può definire tale.
La sera di ferragosto di qualche anno fa me ne stavo sulla panchetta di pietra della nostra minuscola stalla, trasformata in minicasetta, nell'entroterra ligure; una piccola gemma di pace e natura adagiata in una valletta un po' sperduta; là di notte non esiste il disturbo di nessuna luce artificiale e l'unico rumore di fondo è il gorgogliare del fiume che scorre poche decine di metri più in basso nascosto nel folto degli alberi..Ero solo in quell'occasione, per tre giorni di vacanza, senza mia moglie.Come sempre quando si è lontani da casa e dagli affetti, con l'arrivo della sera cala nella mente una dolce malinconia che sbriglia i pensieri e i ricordi si rincorrono in un gioco di intrecci tra presente e passato, rievocando emozioni che crediamo sepolte per sempre.Ma non è così.Provate a starvene soli in un posto isolato senza rumori di sorta, magari con la sera che diventa sempre più notte. Sentirete pizzicare corde interiori dimenticate o sconosciute.Potreste tornare indietro di milioni di anni ed addirittura riuscire ad orientare i vostri padiglioni auricolari verso un rumore senza muovere la testa.Se siete particolarmente fortunati e bravi, forse odorerete l'acqua del fiume la notte.Le stelle si mostrano un po' alla volta e le lucciole prima timide e poi quasi esagerate nei loro messaggi di amore, si rincorrono nel bosco che sussurra misteriosi fruscii e sospiri, mentre il profumo della notte dapprima lieve e poi sempre più penetrante ci aiuta a pensare. Completamente immerso in questa sorta di nirvana nel connubio con la natura, mi sentii osservato.Non si trattava solo di una sensazione lieve, ma qualcosa di più potente, quasi un richiamo silenzioso, impellente, che raschiava con insistenza sulla porta dell'inconscio. Come quando guardi negli occhi la donna che ami e sai cosa lei sta provando e pensando, nello stesso modo sapevo che qualcosa o qualcuno cercava di entrarmi nell'animo e farsi riconoscere.Fu il brivido sulla pelle a farmi girare e subito li vidi; poco lontano, sul limitare del prato, dove iniziava il filare di vigne confinanti, due piccole gemme fosforescenti di un giallo- verde luminoso, immobili nella notte, mi stavano osservando.Prima ancora che con i sensi, fu l'anima a capire che Lui cercava di mettersi in contatto con me già da qualche tempo.Era un gatto, uno dei più speciali che io abbia avuto la fortuna di incontrare.
“Ciao piccolo, cosa succede?” Sussurrai.
Immediatamente un versetto di compiacimento, appena accennato, risuonò da dietro quegli occhietti attenti.
Insistetti: “Che fai? Ti godi le lucciole?”.
Un misto tra un miagolio interrogativo ed un ronfio di conferma furono proiettati dal buio.
Mi alzai avvicinandomi e anche gli occhi si mossero. Una fuggevole visione di pelo bianco si accostò alla poca luce che la lampadina sotto la pergola emanava.
Mi avvicinai ancora un poco, abbassandomi e con assoluta sicurezza e tranquillità Lui mi venne incontro.
“Ma cosa vuoi? Vuoi mangiare? Aspetta un momento che vado a prenderti qualcosa.”
Entrai in casa e in una ciotolina rovesciai qualche croccantino dei miei gatti.
Tornai fuori. Lui era già sul tavolo sotto il pergolato, seduto, dignitoso e senza mostrare alcun timore.
Mi osservò attento mentre gli porsi la ciotolina colma di cibo.
Con mio grande stupore non la degnò di uno sguardo continuando a fissarmi diritto negli occhi; diede inizio invece ad una sorta di danza con la mia mano, contornata da strofinii della testa e da un sommesso ronfare colmo di soddisfazione, quando cominciai ad accarezzarlo a mia volta.
Ci piacemmo da subito, ma quella sera non mangiò nulla; eppure non sembrava particolarmente in carne, anzi a dire il vero aveva più l'aspetto di un gatto affamato e di nessuno e probabilmente così doveva essere poichè la casa più vicina alla nostra si trova piuttosto lontano ed i pochi abitanti della valletta non sono certo gente che sembra particolarmente propensa ad occuparsi della sopravvivenza dei felini.
Continuammo il gioco delle carezze per un bel po' parlandoci ed approfondendo la nostra conoscenza.
Durante questo scambio di convenevoli scoprii che era un giovane maschio, e che nonostante la notevole magrezza non sembrava ferito od ammalato.
La cosa durò un'oretta e poi lui decise che si era fatto tardi e di punto in bianco, con un ultimo musicale miagolio saltò a terra e con pochi balzi gioiosi scomparve nel folto dei filari di vigna, lasciandomi stupito per la sua docilità ed un po' deluso per il cibo disdegnato.
Il giorno dopo non lo vidi.
Al calare della sera mi accomodai sulla panchetta a guardare il bosco scuro al di là del fiume.
Di i nuovo mi sentii osservato e come la sera prima sentii pizzicare prepotentemente le mie corde più profonde.
Questa volta sapevo di che cosa, anzi di chi si trattava ed infatti, girandomi lo vidi lì, a neanche un metro, seduto dignitosamente vicino alla ciotolina intonsa dalla sera prima.
Mi osservava tranquillo con l'aspetto di un gatto egiziano scolpito nella roccia.
Lo apostrofai con un tono allegro: “Eccoti qui gatto misterioso”
Per tutta risposta ,andando ora deciso alla ciotola, con profondi ronfii di soddisfazione finì il cibo offertogli fin dalla sera prima.
Come fanno i gatti tranquilli e sicuri, mangiando emetteva delicati versetti di gola e alle mie carezze sulla groppa rispondeva con inarcamenti repentini del dorso sventolando la lunga coda nell'aria.
Finalmente sazio lo presi in braccio e come se fosse da sempre mio lo accarezzai e coccolai a lungo.
Era troppo docile, doveva appartenere a qualcuno, ma le indagini che feci il giorno seguente presso i pochi abitanti della valletta furono infruttuose.
Nessuno lo aveva mai visto e nessuno aveva smarrito gatti negli ultimi mesi.
Nei due giorni successivi ci incontrammo, sempre di sera, e gli offrii lauti pranzi che lui sembrava gradire molto.
Quando la mia breve vacanza finì gli lasciai un'ampia scorta di cibo ed una cuccetta allestita con una scatola di cartone.
Promisi che ci saremmo rivisti dopo un mese.Tornammo infatti sul finire di settembre, questa volta mia moglie, io ed i nostri figli pelosi: due cani e due gatti.
Di Agostino (così l'avevo infine battezzato) nessuna traccia e quella sera mentre Paola ed i nostri animali se ne stavano in casa, io fuori sulla panchetta mi godevo la pace che accompagna l'arrivo della notte.
Ecco che la stessa sensazione di più di un mese prima crebbe dentro di me; mi girai e lo vidi, sempre là, al limitare della vigna con i suoi occhi luminescenti, che mi lanciava ondate di amicizia.
Non ci fu bisogno di chiamarlo con la voce; gli chiesi invece col pensiero di avvicinarsi e lui subito si mosse ed incominciò la solita danza degli strusciamenti, ma la coda era pendula ed immobile e se possibile la magrezza era aumentata rispetto all'incontro di agosto.
Capii subito che c'erano dei problemi; si fece guardare e toccare; la sua bella coda pendeva semistaccata alla base, ormai fredda e quasi rinsecchita.
Lo rifocillai e poi rientrai in casa.
Consultatomi con mia moglie decidemmo che il giorno dopo lo avrei portato da un collega e amico che aveva un ambulatorio poco lontano da dove stavamo noi.
La disponibilità del collega fu totale e messami a disposizione la sua sala operatoria, provvedemmo ad amputare la coda ormai morta di Agostino.
Il risveglio dall'anestesia avvenne nel nostro ripostiglio, con il suo mozzicone di coda ben ricucito e ripulito da tutti i tessuti infetti e necrotici.
Lì lo tenemmo per alcuni giorni, curandolo per l'infezione ed ingrassandolo a dismisura.
Infine lo lasciammo libero. Gli ultimi tre giorni di vacanza, la sera regolarmente si presentò a reclamare la sua cena; continuammo la cura dell'ingrasso preoccupati per quando non ci saremmo più stati e per l'inverno alle porte.
Infine partimmo e con i lucciconi agli occhi gli lasciammo grandi scorte di cibo ed una super cuccia impermeabilizzata ricavata da una scatola di cartone, al riparo della pergola.
Per due anni siamo tornati a varie riprese alla nostra valletta, ma di Agostino non abbiamo più avuto nessun segno.
Ormai il convincimento che il freddo e la fame o qualche volpe o cacciatore (là abbondano entrambe le speci) avessero posto fine alle sue peripezie si fece strada in noi.
Fino a quest'ultimo ferragosto, quando ancora da solo per tre giorni di vacanza, la prima sera mi sono seduto sulla amata panchetta.
Di colpo, prepotente e gioiosa, la sensazione che lui fosse lì si è manifestata.
Come tre anni prima mi sono voltato ed un grosso e grasso gatto bianco e nero mi stava osservando con due enormi occhi fosforescenti.
Sembrava essere Agostino, ma non poteva essere lui: troppo ben nutrito e lustro.
Si è avvicinato ronfando e quasi con orgoglio girandosi su un lato ha fatto in modo che potessi vedere lo splendido e costoso collarino di velluto rosso che indossava.
Ho notato che gli mancava la coda, ma ogni dubbio lo ha fugato lui dando inizio alla danza di sfregamenti con la testa, chiacchierando sommessamente e raccontandomi di come se l'era passata negli ultimi due anni.
Neanche quella prima sera ha degnato di uno sguardo il cibo che gli ho offerto: come tre anni prima gli è bastato esprimere il piacere di parlarmi dentro.
GianlucaZanaboni. |